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ALBUM Las Vegas

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Una Ford Mustang nella Valle della Morte.
di Alessandro Saetta Vinci

Sono le 11 di una mattina sempre più calda nella Death Valley, Valle della Morte, il parco naturale diviso fra la California e il Nevada, negli USA.

Lo chiamano parco naturale anche se a dire la verità qui di natura c’è ben poco. Miglia dopo miglia di desertico niente. Il cielo è così azzurro da sembrare finto. Ringrazio il mio buon senso per aver indossato una camicia di lino, materiale fenomenale in condizioni simili. All’esterno sono già più di 30 gradi centigradi, e ci hanno assicurato che la temperatura salirà ancora un bel po’. Dall’altro lato della strada mi sembra che mi stia guardando. Non ne sono sicuro ma credo che anche lei senta il caldo, sembrava stesse implorando un po’ di riposo.

La Ford Mustang decappottabile di colore argento mi tiene d’occhio. Potrei mettermi a dormire sull’asfalto ed ustioni a parte, non ci sarebbero conseguenze. Siamo fermi da una buona mezzoretta, passeggiando tra sabbia e sassi, in mezzora è passata una sola auto. Nella direzione opposta alla nostra, tra l’altro.

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Mi sembra un buon momento per parlare di questa Muscle Car al 100 % Americana. Anche se va detto che proprio del tutto Americana non lo è.

Il motore, un 4.0 litri aspirato a benzina, è prodotto a Colonia, in Germania, il cambio automatico a 5 marce  è di provenienza Francese, lo stereo è costruito in Giappone e le ruote sono Pirelli, Italiane quindi.

Sottigliezze tecnologiche a parte, quest’auto è quanto di più Americano si possa guidare, è l’equivalente Statunitense della 500…più o meno.

Dobbiamo ripartire, abbiamo in progetto di attraversare tutta la Valle e tornare in hotel, a Las Vegas, per cena. Si riparte, trovo per sbaglio un canale radio che suona musica Country, mi sono portato dall’Italia una ventina di CD, ma voglio sentirmi dentro questa America, voglio viverla bene.

 C’è qualcosa di surreale nel guidare su strade perfettamente diritte ed asfaltate in mezzo ad un deserto, non sai dove stai andando, perdi la cognizione del tempo e dello spazio, riesci quasi a vedere la terra curvare. Dopo non molto arriviamo al cartello che ci dice che stiamo andando bene: “Welcome to Death Valley National Park”. Continuo a non capire perché lo chiamano “parco”, quando pensiamo ad un parco ci vengono in mente innamorati sulle panchine, laghetti pieni di papere e tanto verde, qui invece ho visto solo uno scoiattolo, qualche sasso ed un tipo con la pancia che riposava vicino al suo camion.

 La Death Valley si estende per 225 km, dicono le guide turistiche, a me onestamente sembrano molti di più, abbiamo passato da poco il cartello che ci dava il benvenuto e il contachilometri segna già 50 miglia, 80 km.

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Prima sosta: Zabriskie Point, si tratta di un piazzale naturale soprelevato sullo spettacolo di rocce erose dal vento. Se vi capita di andare nella Valle della Morte, dovete andare a Zabriskie Point. Non farlo sarebbe come andare in Sardegna e non vedere il mare.

Parcheggiando l’auto vedo una comitiva di Italiani uscire da un autobus enorme, dai loro sguardi e dalle loro magliette deduco che faccia più caldo dentro il loro mezzo di trasporto che all’esterno. Grazie al cielo io ho noleggiato un’auto. Sono quasi le 2 di pomeriggio, la temperatura è salita, adesso siamo sui 40°. Niente male.

Facciamo davvero fatica a tirarci via da quella meraviglia naturale, ma il viaggio deve proseguire. Non abbiamo una mappa precisa, non stiamo seguendo un percorso, ma la sera precedente in hotel, avevo letto di Badwater, il punto più basso della valle, 86 metri sotto il livello del mare, quindi ci voglio andare. Più scendiamo, più la temperatura si fa davvero tosta, ogni 100 metri troviamo un cartello stradale che ci ricorda di spegnere l’aria condizionata, che ci avverte che qui fa caldo, giuro non me ne sarei accorto se non ci fossero stati i cartelli. Il tettuccio della decappottabile è ancora rigorosamente abbassato. Non abbiamo mai acceso l’aria condizionata ed abbiamo sempre viaggiato col tettuccio aperto. L’indicatore della temperatura esterna segna 117° fahrenheit, ovvero 47 gradi centigradi.

Badwater è quello che rimane di un lago naturale ormai evaporato, che ha lasciato dietro di sé solo pozzanghere e distese di sale. La pelle delle mie braccia sta bruciando, e non è un modo di dire, ci potrei cuocere sopra un uovo.

Siamo a corto d’acqua, quella che abbiamo ormai è diventata latte caldo. La spia della riserva è accesa da un bel po’, e durante tutto il tragitto abbiamo trovato solo un distributore, che onestamente non ricordo più in che direzione sia. Forse è il caso di dirigersi verso casa.

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Non posso affermarlo con certezza ma sono abbastanza convinto che quando finalmente ho trovato un distributore/bar per fare rifornimento ed ho spento l’auto, lei mi abbia detto qualcosa tipo “prossima volta corri tu per 200 miglia senza niente da bere”. Facendole il pieno mi sembra di sentirla deglutire.

Prima di tornare in hotel insisto per fermarci di nuovo a Zabriskie Point, adesso il sole sta iniziando a tramontare e non ci sarà nessun turista nei dintorni. Posteggio di nuovo l’auto, il parcheggio è vuoto, cammino su per la salita e poi siedo sul muretto, con lo sguardo e il corpo rivolto verso la Valle. A strapiombo su quell’opera d’arte naturale.

Per una frazione di secondo il tempo si ferma, ho la convinzione di trovarmi in un pezzo di mondo che in realtà non esiste. Eccoci lì, testimoni di quello che Dio, la natura o chi vi pare a voi ha realizzato. Provavo a mandare la mia mente da altre parti, ma non c’era niente che reggesse il confronto con quella vista strepitosa, quindi per un attimo ho deciso di non pensare a niente.

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